Safari etici e viaggi naturalistici: come riconoscere i veri progetti di conservazione animale

Post pubblicato: Dicembre 20, 2025
Ultimo aggiornamento: Aprile 21, 2026
Scritto da: Giulia Raciti
Gorlla in Uganda

Non tutto quello che ha “conservazione” nel nome è realmente etico

La parola conservazione oggi è ovunque. La trovi nei nomi dei lodge, nei profili Instagram, nei programmi di viaggio che promettono esperienze autentiche a contatto con la fauna selvatica.

La conservazione vera non nasce per il turista. È prima di tutto un progetto con un obiettivo chiaro, che ha bisogno di fondi, di tempo e soprattutto di trasparenza: cosa è stato fatto negli anni, cosa si sta facendo oggi e in che direzione si vuole andare.

Negli ultimi anni sempre più persone vogliono inserire una visita a un centro di conservazione durante il viaggio, soprattutto in destinazioni dove la natura è protagonista, come nei safari in Africa. Ed è una cosa bellissima.

Vuol dire che chi viaggia non vuole più solo osservare, ma anche capire e, nel suo piccolo, contribuire. Quando ricevo queste richieste sono sempre felice di consigliare progetti in cui credo davvero.

Ma la verità è che non tutto ciò che si presenta come “conservazione” lo è davvero.

Mi è capitato più volte di vedere strutture che si definiscono centri di recupero, che raccontano pubblicamente poco o nulla del loro lavoro concreto, mentre danno grande spazio al comfort delle camere o alla possibilità di fare foto ravvicinate con gli animali, magari accarezzando un leone.

Ecco, esattamente questo è il punto in cui bisogna fermarsi un attimo. Toccare gli animali è un primo campanello d’allarme.

Prima di parlare dei progetti che funzionano davvero e che vale la pena supportare — anche economicamente, perché la conservazione ha sempre bisogno di fondi — credo sia importante fare un passo indietro.

Capire cosa significa davvero fare conservazione, come riconoscere un progetto etico e in che modo possiamo contribuire, senza alimentare dinamiche sbagliate.

Proteggere fauna e flora significa, spesso, farsi da parte.
Limitare l’accesso umano, ridurre l’impatto, accettare che la natura non sia sempre visibile, prevedibile o “a portata di mano”.

Quando questo equilibrio si rompe, la conservazione smette di essere tale. E diventa spettacolo.

Cosa significa davvero viaggio/safari etico (e cosa non è)

Ci sono alcuni criteri abbastanza universali che permettono di parlare di conservazione etica. Non servono competenze tecniche per riconoscerli, basta fermarsi un attimo e osservare. E se anche solo uno di questi elementi viene meno, vale la pena chiedersi cosa si stia davvero sostenendo.

  • Gli animali non si toccano. Niente selfie, niente passeggiate, niente momenti costruiti per l’interazione. Se un’esperienza ruota attorno al contatto, non è un segnale da considerare: è il segnale. Il più chiaro di tutti.
  • Gli animali dovrebbero mantenere comportamenti il più possibile naturali. Questo significa libertà di movimento, possibilità di allontanarsi e assenza di situazioni forzate.
  • Il numero di visitatori conta. Progetti seri limitano l’accesso ad un numero massimo, proprio per ridurre l’impatto sull’ambiente e sugli animali.
  • Il costo di ingresso spesso è alto ma non è un lusso fine a sé stesso: serve a sostenere il progetto, finanziare la tutela e mantenere standard adeguati.
  • Gli obiettivi devono essere chiari. Un progetto di conservazione dovrebbe spiegare cosa protegge, come lo fa, con quali risultati e quali sono gli obiettivi per il futuro. Se il progetto ha un sito web che non spiega tutte queste cose, è un campanello d’allarme non da poco.

C’è una cosa che accomuna tutti i progetti seri: la conservazione autentica non mette il visitatore al centro. E non promette emozioni o esperienze.

Zebra e rinoceronti Ol pejeta in Kenya
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Come riconoscere un progetto di conservazione autentico

Capire se un incontro con gli animali è davvero etico, una volta che sai cosa osservare e quali domande fare, non è così complicato.

La prima cosa da tenere a mente è molto semplice: il benessere degli animali viene prima di tutto.

Questo significa, nella maggior parte dei casi, nessun contatto diretto, niente carezze, niente foto troppo ravvicinate, niente esperienze costruite per “sentirsi speciali”. Al centro del progetto di conservazione c’è l’animale, non il turista.

Gli animali devono avere spazio, possibilità di muoversi liberamente e, soprattutto, di allontanarsi. Se un animale non può scegliere di non esserci, quella non è un’esperienza etica.

L’ambiente dovrebbe essere il più possibile simile a quello naturale, con altri animali quando è appropriato, e con momenti di riposo lontani dai visitatori.

Lo stesso principio vale durante un safari che richiede un comportamento etico (da parte dell’operatore e del viaggiatore). Gli animali non dovrebbero mai essere inseguiti, accerchiati o disturbati per ottenere una foto migliore. Anzi è buona pratica quella di spegnere la macchina e rimanere in silenzio. Ad osservare.

Un buon operatore rispetta le distanze, i tempi e gli spazi. E soprattutto: non garantisce avvistamenti. Se qualcuno ti promette che vedrai sicuramente un certo animale, è il momento di farsi qualche domanda.

Se hai comunque dei dubbi riguardo il progetto che vuoi visitare, o stai vistando, non avere paura di chiedere e fai delle domande:

  • Da dove arrivano gli animali?
  • Esiste un vero programma di recupero? Se si, come funziona?
  • Qual è l’obiettivo finale? La reintroduzione in natura? Se non è possibile reintrodurli in natura, come vivranno nel lungo periodo?

Un progetto serio risponde volentieri e in modo trasparente. Anzi, i progetti seri dovrebbero avere già messo in chiaro sulle loro pagine ufficiali il loro modo di operare.

Queste sono le cose che puoi verificare in autonomia con qualche ricerca che non richiederà troppo tempo,

Cosa verificare ✅ Buon segnale 🚩 Campanello d'allarme
Accreditamenti Sostenuto da organizzazioni riconosciute (IUCN, WWF, università, istituti di ricerca) Nessuna affiliazione esterna verificabile
Attività offerte Osservazione a distanza, trekking guidato, incontri educativi Contatto diretto, selfie con gli animali, pasto guidato, spettacoli
Provenienza degli animali Storia chiara di ogni animale, motivazione del recupero Nessuna informazione su come sono arrivati lì
Social media Animali in comportamenti naturali, lavoro dietro le quinte Mani sugli animali, animali in posa per le foto
Comunità locale Staff locale, programmi di outreach, revenue sharing Nessuna menzione delle comunità locali
Trasparenza finanziaria Chiaro dove vanno i fondi raccolti Nessuna informazione sull'uso delle entrate
Obiettivi a lungo termine Reintroduzione in natura, ricerca, habitat Solo mantenimento in cattività senza prospettive
snorkeling Galapagos
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Conservazione o marketing? Quando l’esperienza sembra troppo instagrammabile

Negli ultimi anni sono diventati sempre più popolari luoghi in cui è possibile vivere esperienze molto ravvicinate con animali selvatici: fare foto accarezzando un leone, abbracciando le zebre. Tutte con un minimo comune denominatore: essere perfette per Instagram.

Spesso si tratta di strutture molto curate, con prezzi elevati e un’immagine estremamente costruita. Ammetto che su Instagram ne ho viste fiorire alcune che hanno catturato la mia attenzione.

Quando l’esperienza è pensata per essere fotografata, condivisa e replicata, la domanda da farsi è: chi è davvero al centro, l’animale o il visitatore?

Un leone che si lascia avvicinare, toccare o fotografare a pochi centimetri, in modo prevedibile e ripetuto, difficilmente si trova in una condizione naturale.

E anche nel caso in cui si tratti di animali recuperati — magari provenienti da zoo o da contesti in cui hanno avuto contatto con l’uomo — questo non significa che debbano continuare a essere utilizzati per intrattenere turisti, sotto l’etichetta della “conservazione” o “centro di recupero”.

Se questo tipo di interazione è disponibile ogni giorno, per ogni ospite, allora non è più un’eccezione:è parte del modello.

La conservazione, quella vera, può essere straordinaria, ma ha dei limiti chiari.

Un rhino tracking si fa mantenendo le distanze, in silenzio.
Un walking safari si fa lentamente, accompagnati da chi sa leggere il territorio e il comportamento degli animali.
Un leone, ma in generale tutti gli animali in natura, non si tocca.

E questo vale anche nei momenti più difficili.

Esistono progetti di recupero che intervengono quando un animale è ferito o in difficoltà a causa dell’uomo. Ma in natura, ciò che accade segue un equilibrio che non possiamo — e non dobbiamo — controllare.

Vedere un leone cacciare una gazzella, sapendo come andrà a finire, può essere duro. Ma è parte di quel sistema complesso che rende gli ecosistemi vivi.

Conservazione non significa proteggere ogni singolo animale. Significa proteggere l’equilibrio.

Giraffe Ai Aiba Namibia
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Progetti di conservazione che funzionano e che vale la pena sostenere

Una premessa. I progetti che menziono qui sono quelli che conosco personalmente, che ho visitato e che vengono monitorati nel tempo anche dagli operatori locali con cui collaboro. Non è un elenco completo, né vuole esserlo.

La scelta è anche editoriale: ho deciso di includere realtà che, nella maggior parte dei casi, possono essere inserite in un itinerario di viaggio senza stravolgerlo.

Un’altra cosa importante. Quando si parla di conservazione, non esistono solo iniziative private.
Ci sono interi Paesi che hanno fatto scelte politiche molto chiare — spesso anche impopolari, perché rendono l’accesso più costoso — ma estremamente efficaci nel lungo periodo.

In questa sezione ho scelto di includere anche questi modelli virtuosi. Perché sostenere la conservazione non significa solo fare una donazione, ma anche scegliere come e dove viaggiare, rispettando le regole di accesso e contribuendo, in modo concreto, a mantenere questi equilibri.

rhino tracking in Namibia
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Isole Galapagos

Ho avuto il privilegio di vivere per molti mesi alle Galapagos, e posso dire di conoscerle molto bene.

Le isole ecuadoriane sono forse l’esempio più riuscito al mondo di conservazione su larga scala. L’86% del territorio è inaccessibile ai turisti, e già questo dato racconta molto su come si è scelto di lavorare qui.

Viaggiare alle isole significa accettare regole precise: tour in barca a numero limitato, crociere con itinerari fissi, tempi di visita stabiliti dagli scienziati. I gruppi non superano le 16 persone, i percorsi sono obbligatori e non si devia. La distanza dagli animali è imposta, ogni forma di interazione è vietata. Non c’è autonomia e non c’è flessibilità (non si possono scegliere gli orari di visita e si deve camminare sempre con il gruppo).

Gli animali vivono dove l’uomo non abita. Per incontrarli bisogna andare lì, accettando le condizioni di accesso che loro — non i turisti — hanno dettato.

Un viaggio alle Galapagos è economicamente impegnativo, proprio perché i numeri sono volutamente limitati. Ma è esattamente questo approccio che ha permesso agli ecosistemi di rimanere intatti.

Le tartarughe giganti sono il simbolo dell’arcipelago, tanto da comparire nel logo delle isole stesse. Sulle isole ci sono due centri di conservazione dedicati a questa specie endemica — il Centro Charles Darwin e il progetto Arnaldo Tupiza — lavorano sulla salvaguardia e lo studio di popolazioni che senza intervento sarebbero già scomparse.

Le isole sono un parco nazionale, un centro di conservazione e un laboratorio naturale — tutto insieme. Forse il più grande e il meglio riuscito al mondo.

Stazione Scientifica Charles Darwin – Santa Cruz

La Stazione Scientifica Charles Darwin a Puerto Ayora sull’isola Santa Cruz esiste dal 1964 e lavora sulla conservazione delle tartarughe giganti — le dodici specie endemiche dell’arcipelago, tutte a vari livelli di rischio.

Il programma che la stazione coordina insieme al Parco Nazionale studia le migrazioni, la riproduzione, la salute degli animali e il loro ruolo nell’ecosistema: sono loro a disperdere i semi, a modellare la vegetazione, a tenere in equilibrio habitat che senza di loro cambierebbero forma.

Nel centro lavorano scienziati, biologi, veterinari che monitorano lo stato delle specie endemiche delle isole e valutano lo stato di visita delle isole. La visita all’Exhibition Hall è gratuita e aperta tutti i giorni.

Centro di Riproduzione Arnaldo Tupiza – Isabela

Sull’isola Isabela, a Puerto Villamil, il Centro Arnaldo Tupiza lavora dal 1997 sulla riproduzione e la crescita iniziale delle tartarughe giganti.

Le tartarughe nate qui non restano: vengono reintrodotte nel loro habitat di origine, dove tornano a fare quello che le tartarughe giganti fanno da millenni — disperdere semi, aprire sentieri, plasmare il paesaggio. Circa tremila visitatori al mese passano da qui, incluse le famiglie locali. Non è un’attrazione turistica che si è trasformata in conservazione. È il contrario.

Baby tartarugha al centro Arnaldo Tupiza
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Kenya

Il Kenya è forse il paese africano dove la conservazione è più intrecciata con il turismo nel senso buono del termine. I progetti sono numerosi, distribuiti su tutto il territorio, e molti si possono inserire in un itinerario senza stravolgere nulla. Un game drive in meno, una mattinata diversa, e si riesce a vedere qualcosa che vale quanto — o più — di un avvistamento.

Il Kenya ha una tradizione lunga nella protezione della fauna selvatica e ha saputo costruire nel tempo un sistema in cui conservazione privata, parchi nazionali e comunità locali lavorano, non sempre senza tensioni, ma con risultati concreti e misurabili.

Ol Pejeta conservancy

Ol Pejeta è probabilmente laconservancy più conosciuta del Kenya, e lo è per una ragione precisa: ospita i due ultimi rinoceronti bianchi settentrionali rimasti al mondo. Entrambe femmine. Una sottospecie che non può sopravvivere per via naturale, e che oggi esiste solo grazie a un programma scientifico di fecondazione in vitro che lavora su embrioni creati da materiale genetico conservato. È uno di quei casi in cui la scienza si trova a fare quello che la natura non può più fare da sola.

È anche, però, un posto dove si fa un safari vero guidando tra i 90.000 acri di savana dove si muovono liberamente leoni, elefanti, leopardi, rinoceronti neri.

Tra le attività prenotabili separatamente, il lion tracking è una delle più interessanti. Si seguono i leoni dotati di radiocollare e si raccolgono dati per il dipartimento di monitoraggio ecologico: punti sui baffi, strappi alle orecchie, macchie sul naso. Queste informazioni che vengono poi passate direttamente ai ricercatori. Si resta sempre in auto e si lavora con schede di identificazione. Non è un’esperienza turistica, è più una partecipazione attiva alla ricerca sul campo.

Per chi vuole un’esperienza a piedi, qui è possibile fare i bush walk con i ranger permettono di leggere il territorio in modo completamente diverso rispetto al game drive.

E per chi vuole incontrare da vicino i due rinoceronti bianchi settentrionali, c’è un’esperienza dedicata nel pomeriggio (a numero limitato e da prenotare in anticipo), nell’enclosure protetta dove vivono: un’ora ad ascoltare la loro storia dalla voce di chi li segue ogni giorno.

Nel resto della conservancy i rinoceronti neri si muovono liberi.

La mascotte della conservancy è Baraka, un rinoceronte nero cieco che non può tornare in natura e che vive con un guardiano al suo fianco in modo permanente. Si può avvicinare, si può toccare. Non perché sia uno spettacolo, ma perché è l’unica forma di vita possibile per lui. È una delle poche eccezioni eticamente giustificate al principio del non contatto.

Ol Pejeta ospita anche il Sweetwaters Chimpanzee Sanctuary — animali non autoctoni del Kenya, salvati da situazioni di cattività o abuso. L’esperienza dietro le quinte è prenotabile tra le 11:45 e le 12:45, gruppi di massimo 8 persone. Sette metri di distanza obbligatoria, nessun contatto fisico, nessuna interazione con il cibo.

Se si è raffreddati o influenzati, la visita non è possibile: il rischio di trasmissione di malattie umane agli scimpanzé è reale e preso sul serio. Vederli non è garantito — si muovono velocemente e decidono loro. Io ne ho visto uno di sfuggita. Ma capire come vengono accuditi vale la visita anche quando non si fanno trovare.

rinoceronte Baraka Ol pejeta Kenya
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Sheldrick Wildlife Trust – Nairobi

È una delle visite più deliziose che abbia mai fatto in Kenya. “Delizioso” non è la parola che di solito si usa per parlare di conservazione, ma in questo caso è quella giusta.

Il nursery dello Sheldrick Wildlife Trust si trova all’interno del Nairobi National Park e accoglie elefantini orfani salvati da tutta la savana keniota: cuccioli rimasti soli per il bracconaggio, per la siccità, per il conflitto uomo-fauna. Arrivano qui quando sono ancora dipendenti dal latte, e vengono accuditi da keeper che dormono con loro, li seguono giorno e notte, si alternano per non creare un legame esclusivo con una sola persona — perché l’obiettivo finale è reinserirli in natura, non la dipendenza dall’uomo.

La visita è una sola al giorno, la mattina, per un’ora. Gruppi limitati. Si guardano dal un recinto i cuccioli giocare, rotolarsi nel fango, fare le gare di spinta. Non si tocca nulla, non si interagisce.

Quando sono abbastanza grandi e pronti, gli elefanti vengono trasferiti nei centri di reintegrazione nel Tsavo, dove imparano gradualmente a vivere con i branchi selvatici. È un programma lungo, paziente, costruito sull’etologia degli elefanti più che sulle esigenze del turismo.

È possibile sostenere il progetto adottando simbolicamente uno degli orfani — ogni animale ha una scheda, una storia, aggiornamenti regolari. È uno dei modi più concreti per contribuire a distanza a un progetto che funziona davvero.

Sheldrick Wildlife Trust
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Laikipia Conservancies Association

La regione di Laikipia, a nord del Monte Kenya, non è un parco nazionale. È qualcosa di strutturalmente diverso e per questo molto interessante dal punto di vista della conservazione.

Si tratta di trentadue conservancy private e comunitarie, che coprono insieme oltre un milione di acri, coordinate dalla Laikipia Conservancies Association con un obiettivo preciso: garantire che la fauna selvatica possa muoversi liberamente attraverso il paesaggio senza barriere artificiali tra una proprietà e l’altra.

Il modello è quello della conservazione privata e comunitaria: le terre appartengono a proprietari e comunità locali che hanno un interesse economico diretto nella protezione della fauna. I proventi del turismo finanziano scuole, cliniche, pattugliamenti anti-bracconaggio.

Non è filantropia ma è un sistema in cui conservare la fauna selvatica conviene concretamente a chi ci vive accanto.

I risultati sono notevoli. Laikipia ospita la seconda popolazione più grande di rinoceronti neri del Kenya, tra cui alcune delle conservancy più importanti del paese come Lewa, Borana, Loisaba e Ol Jogi.

A differenza dei parchi nazionali, le conservancy di Laikipia permettono esperienze che altrove sono impossibili: safari a piedi, game drive notturni, uscite a cavallo o con i cammelli. La fauna è la stessa — elefanti, leoni, leopardi, ghepardi, licaoni — ma il rapporto con il territorio è completamente diverso. Meno folla, più libertà di movimento, e una connessione più diretta con chi gestisce concretamente la conservazione sul campo.

orice a Laikipia
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Namibia

La Namibia inganna. Il paesaggio — desertico, vastissimo, apparentemente vuoto — fa pensare a una terra di nessuno. In realtà quasi ogni centimetro ha un proprietario, una comunità, una governance. Ed è proprio questo che ha reso possibile un modello di conservazione che oggi è studiato a livello internazionale.

A differenza di molti paesi africani dove la fauna selvatica è concentrata nei parchi nazionali, in Namibia la conservazione avviene prevalentemente fuori da quei confini — su terre private e su conservancy comunitarie dove gli abitanti locali gestiscono direttamente le risorse naturali e ne traggono beneficio.

La Namibia è il primo paese africano ad aver inserito la protezione dell’ambiente nella propria costituzione World Wildlife Fund. L’Articolo 95(l) della Carta costituzionale impegna lo Stato a portare avanti politiche volte al mantenimento degli ecosistemi, dei processi ecologici essenziali e della diversità biologica, nell’ottica di un uso sostenibile delle risorse naturali per le generazioni presenti e future.

Oggi circa il 45% del territorio namibiano (superficie più grande della Germania) è sottoposto a una qualche forma di gestione conservazionistica World Wildlife Fund.

In questo contesto si muovono i tre progetti che seguono. Realtà molto diverse per storia, approccio e tipo di esperienza, che raccontano tre modi distinti di fare conservazione oggi e che consiglio.

Okonjima e la AfriCat Foundation

Tra Windhoek ed Etosha, Okonjima è nata come fattoria di bestiame e si è trasformata, tra il 1991 e il 1993, in una delle realtà di conservazione più interessanti dell’Africa meridionale. In quegli anni è stata fondata la AfriCat Foundation, con un obiettivo preciso: ridurre il conflitto tra allevatori e grandi predatori, in particolare leopardi e ghepardi. Okonjima e AfriCat restano organizzazioni distinte che lavorano a stretto contatto.

Okonjima funziona come destinazione a sé, con soggiorni consigliati di due o tre notti che permettono di accedere ad attività specialistiche: tracking del leopardo, della iena e — novità più recente — del pangolino (quest’ultima richiede un minimo di due notti).

Molti animali nella riserva portano collari GPS leggeri o microchip: è grazie a questo monitoraggio a basso impatto che i ricercatori raccolgono dati continui sul comportamento delle specie, e che le guide possono offrire agli ospiti un livello di lettura del territorio raramente replicabile altrove.

Da luglio 2026 si aggiunge Into AfriCat – Behind the Science, un’esperienza pensata per portare i visitatori dentro il lavoro di ricerca della Fondazione. Tutte le attività sono riservate agli ospiti del lodge: non si accettano visitatori giornalieri.

Okonjima resta la mia prima scelta quando un cliente mi chiede un’esperienza di conservazione vera. Mi piace perché negli anni ha continuato a evolversi, e perché le attività specialistiche offrono un livello di approfondimento che va ben oltre il safari classico. Va esattamente nella direzione che sto vedendo emergere sempre più tra i viaggiatori: non basta più vedere un animale, le persone vogliono capire cosa c’è dietro.

Cheetah Conservation Fund (CCF)

Fondato dalla Dott.ssa Laurie Marker, biologa americana, il CCF ha un focus preciso: il ghepardo. La sua impronta scientifica è solida — ricerca genetica, ecologia, conflitto uomo-fauna — e uno dei programmi più riconosciuti è quello dei cani da guardiania, pastori dell’Anatolia addestrati per proteggere il bestiame dai predatori.

L’idea è semplice e potente: se l’allevatore non perde capi, non uccide il ghepardo.

A differenza di Okonjima, il CCF è una tappa di giornata, non una destinazione di soggiorno. Le attività principali del centro sono:

  • La visita al centro educativo e al museo del ghepardo
  • il Cheetah Run delle 8 del mattino
  • il Cheetah Drive dentro i grandi recinti

Tutte queste visit si fanno in visita giornaliera. Anche se esiste un lodge collegato non è necessario soggiornarci.

Sul CCF ho sentimenti più misti. Il lavoro scientifico è serio e per un cliente appassionato di ghepardi può essere una tappa significativa. Ma ho qualche riserva sulle iniziative di traslocazione internazionale di esemplari (ad esempio verso l’India): capisco le ragioni genetiche, ma non sono sempre convinta che siano scelte nel migliore interesse degli animali.

Se l’interesse è sui predatori in senso ampio indirizzo verso Okonjima; se è specifico sul ghepardo, una sosta al CCF funziona bene.

Palmwag

Palmwag è un’altra cosa ancora. È una concessione nel Damaraland, un paesaggio antichissimo fatto di colate laviche, piante rare e spazi aperti che sembrano appartenere a un altro pianeta. Qui gli animali sono liberi e non confinati: rinoceronti del deserto, elefanti, leoni del deserto, giraffe. Una combinazione di fauna e ambiente difficile da trovare altrove.

La concessione collabora con le conservancies vicine, con il Ministero dell’Ambiente e Turismo e con il Save the Rhino Trust. È un’opzione più accessibile economicamente rispetto ad altre concessioni private della regione, e una parte dei ricavi ricade sulle comunità locali.

Palmwag lo amo per ragioni diverse, più istintive. Non è la destinazione più attrezzata sul fronte conservazione, inoltre le guide sono più naturalistiche che specialistiche, e il supporto al Save the Rhino Trust è meno percepibile dall’ospite rispetto ad altre concessioni dedicate.

Ma quel paesaggio — i campi di lava, le piante strane, gli animali del deserto che si muovono liberi in spazi enormi — è qualcosa che in pochissimi posti al mondo si trova ancora.

Se dovessi consigliare un solo progetto a chi vuole davvero toccare con mano cosa significa conservazione in Namibia oggi, sceglierei Okonjima, ma questi tre luoghi si combinano benissimo dentro lo stesso itinerario e non bisogna necessariamente fare una scelta.

Ghepardo che corre in Nambia
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Uganda

L’Uganda non è una destinazione safari in senso classico. Si fanno game drive nel Queen Elizabeth e boat safari sul Nilo a Murchison Falls, ma non è solo per questo che si va. Ci sono paesi la cui vocazione è prevalentemente safari — Kenya, Tanzania, Botswana — e lo fanno meglio. L’Uganda offre qualcosa di diverso, che nessun altro paese africano ha nella stessa misura: i primati.

Gorilla di montagna, scimpanzé, golden monkey. Tre specie, tre esperienze completamente diverse, tutte in un paese solo.

Il trekking qui non è una passeggiata guidata verso un punto fisso. Si cammina nella foresta, a volte per ore, a volte su pendii ripidi, finché non si trovano gli animali. Non è garantito nulla, non è comodo, non è adatto a tutti.

A questo si aggiunge lo Ziwa Rhino Sanctuary — una storia di reintroduzione di una specie che in Uganda era completamente estinta. Il lavoro di conservazione del paese abbraccia quindi sia i primati che i grandi mammiferi, con approcci e storie molto diverse tra loro.

Gorilla trekking

Il gorilla trekking è quello per cui l’Uganda è conosciuta nel mondo, e il pass da $800 è anche uno dei più giustificati nell’ecoturismo africano.

I numeri spiegano perché: ogni famiglia di gorilla può ricevere al massimo otto persone al giorno, per un’ora sola. Non di più. È una scelta precisa del governo ugandese: limitare l’accesso per non alterare i comportamenti naturali degli animali. In Bwindi ci sono diciannove famiglie abituate alle visite, una sola a Mgahinga. Quindi ogni giorno solo 160 persone possono fare questo trekking. I pass sono limitati, spesso esauriti con mesi di anticipo.

Il trekking è lento, non perché sia facile, ma perché il terreno lo impone: pendii ripidi, foresta impenetrabile, umidità. Si cammina finché i ranger non trovano il grupp, può volerci un’ora, possono volercene quattro. Quando li si trova si ha un’ora di tempo per osservarli. Si sta in silenzio, a distanza di sicurezza.

Esiste anche il gorilla habituation — un’esperienza diversa, con soli quattro visitatori ammessi, quattro ore di attvità cercando un gruppo non ancora completamente abituato alla presenza umana, in compagnia di ricercatori e ranger. Costa di più, $1500m e la possibilità di non vedere nulla è concreta, perché i gorilla in habituation sono meno prevedibili.

Se si vuole più tempo con il gorilla il consiglio, se il budget lo permette, è un altro: fare due gorilla trekking classici invece di uno in habituation. Nel gorilla trekking classico vedono quasi certamente i gorilla e si raddoppia un’esperienza che vale ogni centesimo.

Gorilla di montagna in Uganda
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Scimpanzé trekking

Il trekking con gli scimpanzè è un’altra attività unica che si può fare in Uganda.

Il posto principale è Kibale Forest National Park, dove si trova la più alta concentrazione di scimpanzé dell’Africa orientale, circa 1.500 esemplari. È qui che la probabilità di avvistamento è massima e l’esperienza è più strutturata.

Ma il trekking con gli scimpanzé si può fare in più punti del paese, e questo è uno dei vantaggi dell’Uganda: si può scegliere la location in base all’itinerario, senza necessariamente fare una deviazione apposita.

Per chi include Murchison Falls, c’è il Budongo Forest Reserve, all’interno dell’area di conservazione del parco — con gruppi piccoli, massimo tre persone per sessione, e un tasso di avvistamento intorno all’80%. Per chi va al Queen Elizabeth, il Kyambura Gorge — la “valle delle scimmie” — ospita una comunità più piccola e isolata, con probabilità di avvistamento più basse ma in un paesaggio straordinario, una foresta densa che scende in una gola nel mezzo della savana.

Come per i gorilla, il pass è lo strumento principale di controllo degli accessi — il costo varia a seconda della location, dai $50 del Kyambura ai $250 di Kibale.

Gruppi piccoli, massimo sei-otto persone, un’ora con gli animali. Il trekking è fisicamente più dinamico di quello con i gorilla: gli scimpanzé si muovono veloci, passano di albero in albero, cambiano direzione senza preavviso.

Scimpanze a Kibale in Uganda
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Ziwa Rhino Sanctuary

Lo Ziwa Rhino Sanctuary si trova sulla strada tra Kampala e Murchison Falls — una tappa che si inserisce naturalmente nell’itinerario senza deviazioni. È l’unico posto in Uganda dove vedere rinoceronti bianchi allo stato semi-selvatico.

Nel paese erano completamente estinti dal 1983, eliminati dal bracconaggio e dall’instabilità politica del periodo di Idi Amin. Nel 2006 sei esemplari sono stati reintrodotti in questo ranch privato di 70 chilometri quadrati, ex allevamento di bestiame trasformato in santuario. Da sei sono diventati sessantuno.

L’obiettivo del programma non è tenere i rinoceronti a Ziwa per sempre ma è allevarli fino a raggiungere una popolazione sufficiente per reintrodurli nei parchi nazionali.

A marzo 2026 i primi rinoceronti sono stati trasferiti al Kidepo Valley National Park, nel nord-est del paese, dove la specie non era presente da oltre quarant’anni. È una notizia recente, ancora in corso — e racconta meglio di qualsiasi altro dato cosa significa fare conservazione con pazienza e visione a lungo termine.

Oggi chi visita il santuario contribuisce a questo progetto e lo fa partecipando ad un’attività meravigliosa: li rhino trekking.

Il trekking a piedi dura tra un’ora e mezza e due ore e mezza. Prima di partire c’è un safety briefing — cosa fare, dove stare, come muoversi.

Ma quando sei lì, a pochi metri da un animale che pesa più di una tonnellata, quel briefing rimane in testa come promessa e quel pensiero arriva lo stesso: e se decide di venirci incontro? È quella combinazione di meraviglia e adrenalina che rende questo incontro davvero speciale e tanto diverso da un game drive in auto.

Ziwa Rhino center rinoceronte
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Quando la conservazione diventa sfruttamento

Quale è la linea rossa tra conservazione e sfruttamento?

Uno dei casi più emblematici è quello degli squali balena. In molte destinazioni, attività presentate come ecoturismo diventano invasive: troppe barche, troppi nuotatori, distanze ignorate. Il risultato è stress cronico e alterazione dei comportamenti naturali.

Ancora più grave è il caso dei grandi predatori in cattività, documentato anche da Blood Lions. Alcuni animali sono prelevati in natura ed abituati all’interazione con i turisti. Succede anche in paesi con una vocazione safari fortissima e parchi nazionali straordinari — e forse proprio lì il contrasto è più stridente, perché la reputazione del territorio viene usata come schermo.

Qui la parola “conservazione” viene svuotata di ogni significato. Il problema non è solo cosa si fa agli animali, ma la narrazione. Quando strutture di intrattenimento di lusso si presentano come santuari, la frode è anche etica e chi paga migliaia di dollari per questa “esperienza”, è inconsapevolmente, parte del problema.

Elefante nel Tarangire
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Cosa possiamo fare davvero?

La conservazione è una responsabilità condivisa, anche quando siamo seduti a casa a mettere like su Instagram. Quindi cosa possiamo fare per contribuire attivamente? Come scegliere un progetto di conservazione?

Come prima cosa devi chiedere a chi sta organizzando il tuo viaggio, o, se organizzi in autonomia, fai le tue ricerche. Non basarti unicamente su cosa vedi sui social (in particolare).

Se un’esperienza promette contatto diretto con animali selvatici, quel contatto non è un privilegio: è un segnale d’allarme. La scelta più etica è spesso quella che ci esclude dall’azione. Se puoi toccarlo, non è conservazione.

Usiamo il portafoglio in modo consapevole. I costi elevati, quando sono giustificati e trasparenti, non sono una truffa: sono un filtro. La conservazione costa, e il turismo è spesso la sua principale fonte di finanziamento. Visitare questi luoghi non è solo un’esperienza, è un contributo concreto. Se credete in un progetto, vale la pena destinare parte del budget di viaggio a sostenerlo, sapendo che non state solo guardando: state partecipando.

Non condividiamo quello che normalizza lo sfruttamento. Ogni foto con un animale in posa, ogni video di incontri ravvicinati contribuisce a rendere accettabile quello che non lo è. L’algoritmo segue il nostro sguardo, spostiamolo.

Accettiamo la frustrazione come parte dell’etica. Non vedere animali, non tornare a casa con foto memorabili fa parte del processo. In natura nulla è garantito, nulla è dovuto.

Quando raccontiamo il viaggio, parliamo di regole, limiti, attese, silenzi. Normalizzare il non-intervento è uno degli atti più potenti che possiamo fare come narratori. Il vero ricordo non è la foto, è il confine che abbiamo rispettato.

La conservazione etica non è spettacolare, non è democratica, non è sempre piacevole. Ma è l’unica forma di turismo che non lascia ferite invisibili.

Forse il vero cambiamento inizia quando smettiamo di chiederci cosa possiamo vivere e iniziamo a chiederci cosa possiamo fare per non disturbare.

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Giulia Raciti

Sono in viaggio dal 2011, ininterrottamente. Non visito i posti che propongo — ci vivo, per mesi. Tanzania, Namibia, Etiopia, Madagascar, Galapagos e non solo: in alcuni ci ho messo radici per un periodo, in tutti sono tornata più volte per aggiornarmi e verificare sul campo. Conosco personalmente ogni operatore locale con cui collaboriamo. Dal 2012 mi occupo di viaggi su misura per chi vuole viaggiare in modo autentico, prenotando direttamente con chi il territorio lo vive ogni giorno.

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